La guerra dell’America raccontata dalle viscere

“Raccontare sempre il dolore degli altri”. E’ questo il lavoro di Filkins. E infatti sono citazioni di Cormac McCarthy e Hermann Melville ad aprire il libro. Non è la storia di due guerre, ma la carne viva di due conflitti, “coraggio, caos, depravazione e morte” scrive Feith, storie di vittime e combattenti. Non è facile leggere il libro, ogni dieci pagine bisogna fermarsi, assuefatti all’odore di bruciato.
24 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 09:41 | 19 AGO 20
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“Raccontare sempre il dolore degli altri”. E’ questo il lavoro di Filkins. E infatti sono citazioni di Cormac McCarthy e Hermann Melville ad aprire il libro. Non è la storia di due guerre, ma la carne viva di due conflitti, “coraggio, caos, depravazione e morte” scrive Feith, storie di vittime e combattenti. Non è facile leggere il libro, ogni dieci pagine bisogna fermarsi, assuefatti all’odore di bruciato. Filkins non è moralista come può esserlo Robert Fisk dell’Independent. Ha il passo del patologo, ci parla di un ragazzo afghano, Faiz Ahmad, “senza barba, diciassette anni, con il copricapo, il suo insegnante gli ha spiegato che ‘è scritto nel Corano di uccidere gli infedeli’”. E lui: “Non c’è fine al jihad, continueremo fino alla fine”. A Yacob Yusuf, Saddam ha annientato la famiglia. Un giorno un funzionario del Baath lo chiama per ritirare il corpo del fratello. “Sei fortunato, la maggior parte neanche riceve il corpo”. Yacob deve pagare i proiettili dell’esecuzione. “150 dinari”. Tariffario della morte.
Secondo Newsweek, Filkins offende per i particolari che irrorano la sua scrittura. E’ il suo merito, perché “l’astrattezza è nemica della verità”. Non è il razionalismo ad avvicinarci alla verità, ma il destarsi brutale delle emozioni che dormono nel profondo. Come il toccante ritratto di un padre giordano che mostra le foto del figlio suicida, si domanda come ha fatto “quel ragazzo che amava l’America e le ragazze in bikini di Santa Monica” a fare 166 morti a Hilla. I soccorritori usarono cassette di frutta per recuperarne i resti. Filkins incontra il padre dell’attentatore, Mansour, un disperato: “Per favore dica agli americani che noi li sosteniamo in Iraq”. E quel medico che spiega come “la democrazia ha rovinato il mio ospedale”. Rimpiange Saddam? “Mai, gli americani hanno fatto un gran lavoro con il tiranno”. Filkins racconta cosa significhi alzarsi con un boom. “All’inizio pensavo fosse un rituale dei kamikaze entrare in azione prima dell’alba. Poi ho realizzato: attaccavano quando c’era più gente per strada. E più corpi nell’esplosione”.
Anche nelle pagine più brutali si respira compassione. Come per l’iracheno che si sarebbe vendicato dei terroristi: “Ashrab min damhum”. In arabo significa “berrò il loro sangue”. “Filkins ha un senso dell’assurdo fino al maniacale, ma non è cinico” spiega Feith. Il libro è un giacimento di storie. Quella di Wijdan al-Khuzai, laica che si muoveva senza scorta, finisce con un proiettile in faccia lungo una strada. “Ogni volta che la prospettiva della normalità si affacciava, una fila di iracheni rispondeva” scrive Filkins. “Giornalisti, pamphlettisti, giudici e poliziotti. Sono andati a morire. Cuore della nazione”. Nemmeno i soldati sono statistica da macelleria. Parlano del loro patriottismo. Come Abdul Hamza, gendarme a Diwaniya. “Ogni mattina mi alzo per servire con passione il mio paese”. Questo libro ha il merito di onorare il sacrificio di decine di migliaia di iracheni. “Il parco di fronte alla casa dove ho abitato, sul Tigri, era un posto morto, morente, spettrale. Oggi è pieno di famiglie con bambini e donne che camminano anche di notte. Inconcepibile nel 2006”.